Il bue nel mondo agricolo toscano
Nella civiltà contadina i buoi erano vere macchine da lavoro e non venivano mangiati se non in caso di sopraggiunta d'impossibilità ad arare o trainare i carri. I buoi erano in effetti per il contadino toscano motivo di vanto:ogni visita ad una casa colonica richiedeva un'entrata in una stalla. Qui si conversava e si ragionava di bestie e di prezzi. Il piede del bue era oggetto di particolare cura, partendo dalla ferratura. Nel caso di distorsioni si applicava alla bestia una stoppa di chiara d'uovo sull'arto dolente. Altre volte si attorcigliava un rovo intorno alla fasciatura e l'animale doveva essere tenuto fermo finché il rovo non cadesse (cioè quando cessava il gonfiore). Per le infiammazioni al collo, a causa del peso del giogo, si metteva sulla parte malata un liquido a base di scorza d'olmo. Per proteggere i buoi dal malocchio si usava porre dei fiocchi rossi sulle corna.
Scene di aratura inizio novecento
A Talentano presso Bolsena, nel giorno di ferragosto ricorre una cerimonia particolare durante la quale è prevista la tiratura di un lungo solco diritto in una zona vasta e pianeggiante, servendosi di un paio di buoi, retaggio di un rituale propiziatorio pagano di ringraziamento per i raccolti, in seguito connesso alla divinità Madonna Assunta.
In alcune zone di confine tra Marche e Toscana il giogo dei buoi era considerato sacro e quando era inservibile, si soleva sotterrare ma mai bruciare. Chi lo avesse fatto avrebbe sofferto, prima di morire, una lunga agonia.

Buoi con classica bardatura di colore rosso contro il malocchio